

“Pilgrims” goes beyond a mere approach made to satisfy a request for work, instead it is the adherence to a model of philosophical thought, demonstrating that there is a common purpose that can bind all men, even those who are lost in the most unthinkable latitudes. Today a large part of music critics considers unfashionable these combinations of sounds, but this is a mistake, because good music knows no boundaries of time: new updates are always possible and welcome to our ears and “Pilgrims” is certainly part of them (listen to the delicacy of the musical fusions of “Thirsty Donkey”, “Bird on See-saw” or “The storyteller”).
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Agli incontri tra Occidente ed Oriente John Wolf Brennan ci ha tutto sommato abituato: chi ricorda i suoi capolavori registrati tempo addietro si è da sempre accorto della sua vicinanza mentale ad alcuni aspetti non appartenenti al suo background di nascita, perciò forse questo suo nuovo “Pilgrims” non sorprenderà più di tanto: basicalmente nato come sfondo musicale per 7 cortometraggi del registra Milos Slavic, in compagnia del percussionista di origini palestinesi, Tony Majdalani, Brennan incide 7 brevi meditazioni musicali. Tuttavia, forse non contenti di un formato poco esteso, i due pensarono di completare l’opera aggiungendo altri brani e un chitarrista (Marco Jencarelli in quattro tracce) per dare al lavoro un senso più compiuto. “Pilgrims“, metaforicamente rivolto ai pellegrini intesi come coloro che cercano di raggiungere una mèta importante nella loro vita (sia geografica che spirituale, sia culturale che sociale), è quindi un viaggio musicale trasversale che cerca di cogliere le fragranze della nostra personalità, senza nessuna insistenza del lato delle virtù: con una ampia strumentazione di riferimento, un sentimento “new age” inevitabilmente vi aggredirà per un percorso che riporta alla mente quello che Brennan ha sempre cercato nella sua carriera, ossia avventure musicali aperte al respiro strumentale e ai profumi del mondo; questo lavoro in cui Brennan rispolvera strumenti come la melodica o l’Indian Harmonium, vede Majdalani da parte sua conferire un ampio impianto percussivo in cui lo Steel pan, l’Hang o il berimbao sono molto presenti (oltre alla sua saltuaria presenza della voce). Nelle lunghe pagine del libretto che accompagna il cd vi sono molte spiegazioni della musica dei tre e molte dichiarazioni di personalità non solo appartenenti al mondo musicale: viene menzionata uno dei misteri più affascinanti del mondo, la golden ratio come guida al sentiero di Dio (di cui Brennan è uno dei più sinceri avventori) e la teoria delle “Harmony of the spheres” di Pitagora, temi a cui sarebbe necessario riporre molta più attenzione.
“Pilgrims” quindi esula da un mero accostamento fatto per soddisfare una richiesta di lavoro, poichè diventa ad un certo punto espressione di un pensiero ben preciso, quello di una comunione di intenti che potrebbe legare tutti gli uomini anche alle più impensabili latitudini. Oggi gran parte della critica musicale ritiene fuori moda queste combinazioni di suoni, ma questo è un errore, perché la buona musica non conosce confini di tempo: i nuovi aggiornamenti sono sempre possibili e benvenuti alle nostre orecchie e “Pilgrims” è certamente parte di loro (ascoltare la delicatezza delle fusioni musicali di “Donkey Thirsty“, “Bird on See-saw” o “The storyteller“)