
Nelle note di presentazione Myhr cerca anche di fornire dei riferimenti stilistici: il suo ricorrere alle visuali del primo Ligeti o di Feldman, così come al folk purissimo di John Fahey è in verità solo un punto di contatto relativo che si avvicina a certe manifestazioni di pensiero di quegli autori, dal momento che in “All your limbs singing” le similitudini si arroccano nella sintesi: in tal senso un’influenza recepita potrebbe essere stata quella della composizione dei metronomi di Ligeti (lo sventaglio potrebbe riflettere l’armonicità di gruppo creata da strumenti non aventi quelle caratteristiche), dello spirito atemporale delle suites agli archi di Feldman (le esibizioni prolungate richiedono un’attenzione ed una compostezza esecutiva che era fondamentale nelle composizioni dell’americano) o dell’encomiabile trasposizione geografica delle composizioni artigianali di Fahey (l’influenza spiritualmente più vicina a Myhr).
Non so se questa esperienza possa essere ripetibile: Myhr sembra dar uguale o maggior peso anche alla sperimentazione più consolidata, soprattutto condividendola sia attraverso specifiche dualità con altri improvvisatori, sia nell’àmbito di formazioni ad ampio raggio (1); la Trondheim Jazzorchester, un collettivo variabile di improvvisatori nato per eseguire commissioni di musicisti diversi, ha accolto con profitto anche un suo progetto: in un posto dove al suo interno l’improvvisazione viene segmentata per offrire una più completa libertà stilistica ai solisti o a gruppi di essa, Myhr ha indicato altre direttive. Nel frattempo “All your limbs singing” conferma il coraggio interpretativo che caratterizza la musica delle nuove generazioni di chitarristi del nord Europa.
Nota:
(1) di particolar pregio elettroacustico mi sembrano le collaborazioni con Philippe Lauzier, Pierre Yves Martel e Martin Tétreault di “Disparation de l’usine éphémere”, Ambiances Magnetiques, 2008.